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from Shifters… dal testo di Giulia Giovanardi

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SHIFTER

di Giulia Giovanardi

panoramic view - before the opening

Grandi figure umane nude, con il volto ingabbiato da una calotta di gomma, abitano lo spazio vuoto e privo di coordinate delle fotografie di Caio Gracco.  Uno spazio assoluto in cui la nudità delle figure diventa il segno di una condizione esistenziale precedente ogni definizione sociale, libera da paradigmi e imposizioni. Anche i tratti somatici, resi opachi ed indistinti dalla velatura delle calotte da cui emergono solo le bocche, restituiscono volti indefiniti, vaghi, assoluti.

In questa serie di immagini l’artista sviluppa un discorso che tocca la natura più profonda ed universale dell’essere umano, mette in scena il processo sempre in fieri  della costruzione del sé e della soggettività,  di un’identità che vive nel tempo e del tempo.

Con il termine “shifter” (dall’inglese to shift: cambiare, spostare, modificare) in linguistica viene  indicata una categoria specifica di segni il cui significato non cambia, ma il cui referente è di volta in volta diverso. Tra questi segni un ruolo cardinale è svolto dal pronome personale “io”.  Secondo la definizione del linguista francese Emile Benveniste “io” è un “segno vuoto” che la lingua mette a disposizione del parlante per indicare se stesso e, indicando se stesso, fondare la propria soggettività.

opening - 6/10/2011

La soggettività, il sé, anche quando cerchiamo di definirlo e ingabbiarlo parlando in prima persona e dicendo “io” resta un’entità aperta, non definita,  in continuo mutamento. Ogni volta che riempiamo questo segno vuoto facciamo riferimento ad un io diverso in costante divenire.  Allo stesso modo quando rappresentiamo noi stessi non possiamo fare altro che proiettare fuori di noi un nostro simulacro, una nostra maschera parziale.

Questa dinamica di costruzione della soggettività, come processo sempre aperto e in costante trasformazione, nelle fotografie di Caio Gracco prende la forma di figure umane che si moltiplicano e si compenetrano le une nelle altre. Figure impermanenti colte in un processo di continuo spostamento, sovrapposizione, fusione. Corpi instabili sempre in bilico tra un’identità passata e un’ identità futura ancora da definire. In questa direzione si muovono ed esistono i  soggetti di Gracco, figure nude, private di un volto definito e riconoscibile, che raccontano della condizione esistenziale dell’essere umano verso un’identità nomade e aperta.

Le opere in mostra si presentano come grandi composizioni fotografiche dalla scala cromatica estremamente  ridotta: il dominante  tono bianco e nero è rotto solo da inserti color incarnato e da aree in cui il colore si addensa  mettendo in risalto dettagli del volto o dei corpi, come le labbra violacee della figura femminile al centro del grande trittico.

Le calotte in lattice indossate dai performers si dimostrano da una parte lo strumento scelto dall’artista per ridurre i dettagli formali e concentrarsi su linee pulite ed essenziali; dall’altra la condizione necessaria per “animare” il corpo, ponendolo in primo piano in quanto luogo di movimento e di cambiamento.

Caio Gracco, Trittico, dalla serie Elaborazioni, 100 x 130 cm, 2011. Ed 1/3 + 1 ap

Le calotte vivono in una dimensione ambigua aprendosi a diverse possibili letture. Se in alcune immagini sembrano alludere  ai resti di una placenta che protegge e sostiene la nascita di una nuova identità,  in altre acquistano l’aspetto drammatico di involucri che soffocano e schiacciano, maschere da cui emergono bocche contorte in urla e smorfie animali.

Nella figura maschile inginocchiata e protesa dinamicamente in avanti nell’atto di strappare via la calotta che gli imprigiona il volto si esprime in modo deflagrante l’urgenza esistenziale di libertà e di autoaffermazione.

Una costante ambivalenza si ritrova anche nelle modalità di interazione tra i soggetti fotografati, sospesi tra stati di attrazione e rabbia, istinto di protezione e fuga liberatoria dall’altro. Questa dinamica emotiva raggiunge il suo apice nella monumentale immagine di gruppo in bianco e nero in cui le figure si avvolgono le une sulle altre. La figura maschile nell’angolo destro sembra al tempo stesso respingere e trattenere il corpo femminile che lo sovrasta. L’occhio dello spettatore oscilla, senza possibilità di una interpretazione definitiva, tra la mano dell’uomo colta nel gesto di trattenere la donna e la sua bocca spalancata in un urlo di insofferenza rabbiosa.

La ricerca del sé si profila come una ricerca solitaria, che rinvia ad un serrato confronto solipsistico oppure questa costruzione di identità si definisce attraverso l’altro, l’incontro ed il confronto?

L’immagine ci restituisce il dubbio senza chiudersi in affermazioni definitive, riproponendo ad un ulteriore livello il suo progetto di senso improntato alla valorizzazione dell’apertura e dell’indeterminatezza quali luoghi della possibilità e del molteplice.

panoramic view - opening

La vibrazione visiva tra figure dense e diafane, presente in tutte le fotografie, articola un’opposizione concettuale profonda tra corpi come presenze concrete e  corpi la cui trasparenza allude ad uno stato di non-definizione, di vaghezza,  da intendere come virtualità e potenzialità.

In queste opere il tempo lineare e lo spazio geometrico entrano in crisi. L’ordine prospettico collassa sotto la spinta di sovrapposizioni incongruenti, di piani che non rinviano ad una scansione in profondità stabile e fissa; mentre il tempo sembra vacillare nell’impossibilità di stabilire una sequenzialità certa tra le figure. Non ci sono punti di inizio di un processo di cui si coglie solo il divenire senza poterne determinare l’esatta scansione.

Le immagini fotografiche in mostra appartengono al più ampio e complesso progetto “Elaborazioni” in cui Caio Gracco concretizza attraverso una reale circolarità di linguaggi  lo studio dinamico del corpo. Le infinite stratificazioni e sovrapposizioni ottenute nelle fotografie ritornano nelle trasparenze dell’olio su grandi tele. La verità formale dell’obbiettivo fotografico dialoga con una complessa e personale riflessione dello sguardo pittorico, indagando il medesimo processo della soggettività intesa come una costruzione aperta.

I soggetti delle Elaborazioni sono corpi in via differenziazione, sono il “corpo senza organi” di Deleuze, una potenza in continuo divenire. Non c’è più un dentro e un fuori dell’organismo. Le figure in trasparenza penetrano l’una dentro l’altra acquisendo il nullaosta per esistere ovunque, per abitare nel pensiero della molteplicità.

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Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

ottobre 13, 2011 a 4:28 pm

Pubblicato su Exhibitions

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