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Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

dicembre 13, 2011 at 5:59 pm

unconventional twins #1 – doppio personale

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BRUNO CECCOBELLI

ALESSANDRO VIZZINI & LEONARDO PETRUCCI

Resolve et Scoagula

24 novembre 2011 – 6 gennaio 2012

inaugurazione giovedì 24 novembre 2011 ore 18.30

testo critico a cura di Giovanna dalla Chiesa

 da un progetto di Flavia Montecchi

Lo studio d’arte contemporaneo Pino Casagrande è lieto di ospitare il primo confronto espositivo del progetto “Unconventional Twins – doppio personale” ideato e curato da Flavia Montecchi, presentando le opere dell’artista Bruno Ceccobelli in dialogo con i giovanissimi lavori di Alessandro Vizzini e Leonardo Petrucci.

La mostra dal titolo “Resolve et Scoagula” è pensata sotto l’orma degli ultimi lavori del maestro alchemico del Gruppo di San Lorenzo: Bruno Ceccobelli infatti presenta per la prima volta in uno spazio espositivo un’installazione di suoni, luci e maschere in ceramica raku, nate dal calco del suo stesso volto. Mostrata e celata allo stesso tempo, la memoria dei tratti somatici dell’artista si imprime marcando un messaggio di immortale trasparenza, quasi ad evocare elegantemente il punto di arrivo di un percorso volto a scoprire le energie di tutta la sua vita creativa.

Nell’ufficio della galleria, che per l’occasione si presta a luogo espositivo, i lavori inediti di Alessandro Vizzini e Leonardo Petrucci rispondono alla forte presenza espressiva dell’artista con un corpus di opere ben distinte. Se per la grafite su carta e gli spray su vetro di Alessandro Vizzini è la forma che modella geometricamente l’energia vitale e melanconica dell’essere umano, per i lavori in plexi e le stampe traslucide di Leonardo Petrucci è l’energia vitale stessa a generare la forma, dietro un ritmico processo di calcoli e ragionamenti.

Al diretto e incisivo monito “segnico” dell’installazione di Bruno Ceccobelli, i due giovani artisti rispondono con una complessa ma allo stesso tempo diretta espressione simbolica, che sembra sprigionare graficamente quella concentrazione di forze solide impresse nelle ceramiche del Maestro. Da solido a grafico, da duttile a segnico. La Materia, base delle ricerche alchemiche che accomunano gli studi dei tre artisti, si plasma per raggiungere le forme transitorie delle loro ricerche: (re)solve et (s)coagula

La mostra sarà accompagnata da un testo critico di Giovanna dalla Chiesa.

Bruno Ceccobelli nasce a Todi nel 1952, vive e lavora tra Todi e Roma. Alessandro Vizzini nasce a Cagliari nel 1985, vive e lavora a Roma. Leonardo Petrucci nasce a Grosseto nel 1986, vive e lavora a Roma.

 

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

novembre 22, 2011 at 4:28 pm

Pubblicato su Exhibitions

from Shifters… dal testo di Giulia Giovanardi

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SHIFTER

di Giulia Giovanardi

panoramic view - before the opening

Grandi figure umane nude, con il volto ingabbiato da una calotta di gomma, abitano lo spazio vuoto e privo di coordinate delle fotografie di Caio Gracco.  Uno spazio assoluto in cui la nudità delle figure diventa il segno di una condizione esistenziale precedente ogni definizione sociale, libera da paradigmi e imposizioni. Anche i tratti somatici, resi opachi ed indistinti dalla velatura delle calotte da cui emergono solo le bocche, restituiscono volti indefiniti, vaghi, assoluti.

In questa serie di immagini l’artista sviluppa un discorso che tocca la natura più profonda ed universale dell’essere umano, mette in scena il processo sempre in fieri  della costruzione del sé e della soggettività,  di un’identità che vive nel tempo e del tempo.

Con il termine “shifter” (dall’inglese to shift: cambiare, spostare, modificare) in linguistica viene  indicata una categoria specifica di segni il cui significato non cambia, ma il cui referente è di volta in volta diverso. Tra questi segni un ruolo cardinale è svolto dal pronome personale “io”.  Secondo la definizione del linguista francese Emile Benveniste “io” è un “segno vuoto” che la lingua mette a disposizione del parlante per indicare se stesso e, indicando se stesso, fondare la propria soggettività.

opening - 6/10/2011

La soggettività, il sé, anche quando cerchiamo di definirlo e ingabbiarlo parlando in prima persona e dicendo “io” resta un’entità aperta, non definita,  in continuo mutamento. Ogni volta che riempiamo questo segno vuoto facciamo riferimento ad un io diverso in costante divenire.  Allo stesso modo quando rappresentiamo noi stessi non possiamo fare altro che proiettare fuori di noi un nostro simulacro, una nostra maschera parziale.

Questa dinamica di costruzione della soggettività, come processo sempre aperto e in costante trasformazione, nelle fotografie di Caio Gracco prende la forma di figure umane che si moltiplicano e si compenetrano le une nelle altre. Figure impermanenti colte in un processo di continuo spostamento, sovrapposizione, fusione. Corpi instabili sempre in bilico tra un’identità passata e un’ identità futura ancora da definire. In questa direzione si muovono ed esistono i  soggetti di Gracco, figure nude, private di un volto definito e riconoscibile, che raccontano della condizione esistenziale dell’essere umano verso un’identità nomade e aperta.

Le opere in mostra si presentano come grandi composizioni fotografiche dalla scala cromatica estremamente  ridotta: il dominante  tono bianco e nero è rotto solo da inserti color incarnato e da aree in cui il colore si addensa  mettendo in risalto dettagli del volto o dei corpi, come le labbra violacee della figura femminile al centro del grande trittico.

Le calotte in lattice indossate dai performers si dimostrano da una parte lo strumento scelto dall’artista per ridurre i dettagli formali e concentrarsi su linee pulite ed essenziali; dall’altra la condizione necessaria per “animare” il corpo, ponendolo in primo piano in quanto luogo di movimento e di cambiamento.

Caio Gracco, Trittico, dalla serie Elaborazioni, 100 x 130 cm, 2011. Ed 1/3 + 1 ap

Le calotte vivono in una dimensione ambigua aprendosi a diverse possibili letture. Se in alcune immagini sembrano alludere  ai resti di una placenta che protegge e sostiene la nascita di una nuova identità,  in altre acquistano l’aspetto drammatico di involucri che soffocano e schiacciano, maschere da cui emergono bocche contorte in urla e smorfie animali.

Nella figura maschile inginocchiata e protesa dinamicamente in avanti nell’atto di strappare via la calotta che gli imprigiona il volto si esprime in modo deflagrante l’urgenza esistenziale di libertà e di autoaffermazione.

Una costante ambivalenza si ritrova anche nelle modalità di interazione tra i soggetti fotografati, sospesi tra stati di attrazione e rabbia, istinto di protezione e fuga liberatoria dall’altro. Questa dinamica emotiva raggiunge il suo apice nella monumentale immagine di gruppo in bianco e nero in cui le figure si avvolgono le une sulle altre. La figura maschile nell’angolo destro sembra al tempo stesso respingere e trattenere il corpo femminile che lo sovrasta. L’occhio dello spettatore oscilla, senza possibilità di una interpretazione definitiva, tra la mano dell’uomo colta nel gesto di trattenere la donna e la sua bocca spalancata in un urlo di insofferenza rabbiosa.

La ricerca del sé si profila come una ricerca solitaria, che rinvia ad un serrato confronto solipsistico oppure questa costruzione di identità si definisce attraverso l’altro, l’incontro ed il confronto?

L’immagine ci restituisce il dubbio senza chiudersi in affermazioni definitive, riproponendo ad un ulteriore livello il suo progetto di senso improntato alla valorizzazione dell’apertura e dell’indeterminatezza quali luoghi della possibilità e del molteplice.

panoramic view - opening

La vibrazione visiva tra figure dense e diafane, presente in tutte le fotografie, articola un’opposizione concettuale profonda tra corpi come presenze concrete e  corpi la cui trasparenza allude ad uno stato di non-definizione, di vaghezza,  da intendere come virtualità e potenzialità.

In queste opere il tempo lineare e lo spazio geometrico entrano in crisi. L’ordine prospettico collassa sotto la spinta di sovrapposizioni incongruenti, di piani che non rinviano ad una scansione in profondità stabile e fissa; mentre il tempo sembra vacillare nell’impossibilità di stabilire una sequenzialità certa tra le figure. Non ci sono punti di inizio di un processo di cui si coglie solo il divenire senza poterne determinare l’esatta scansione.

Le immagini fotografiche in mostra appartengono al più ampio e complesso progetto “Elaborazioni” in cui Caio Gracco concretizza attraverso una reale circolarità di linguaggi  lo studio dinamico del corpo. Le infinite stratificazioni e sovrapposizioni ottenute nelle fotografie ritornano nelle trasparenze dell’olio su grandi tele. La verità formale dell’obbiettivo fotografico dialoga con una complessa e personale riflessione dello sguardo pittorico, indagando il medesimo processo della soggettività intesa come una costruzione aperta.

I soggetti delle Elaborazioni sono corpi in via differenziazione, sono il “corpo senza organi” di Deleuze, una potenza in continuo divenire. Non c’è più un dentro e un fuori dell’organismo. Le figure in trasparenza penetrano l’una dentro l’altra acquisendo il nullaosta per esistere ovunque, per abitare nel pensiero della molteplicità.

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

ottobre 13, 2011 at 4:28 pm

Pubblicato su Exhibitions

Caio Gracco

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Caio Gracco - elaborazioni - 2011

CAIO GRACCO

Shifters

a cura di Giulia Giovanardi

7 ottobre – 18 novembre 2011

Inaugurazione giovedì 6 ottobre 2011, ore 19.00Lo studio d’arte contemporanea Pino Casagrande ospita la prima parte del progetto “Elaborazioni” di Caio Gracco, una serie fotografica in cui la figura umana si moltiplica e si apre al movimento, producendo un’ immagine in continuo divenire.

Con la mostra Shifters l’artista mette in scena il processo sempre in fieri  della costruzione del sé e della soggettività,  di un’identità che vive nel tempo e del tempo  dispiegandosi  di fronte allo spettatore nel suo essere multipla, variabile,  molteplice ed aperta. Nelle  fotografie i corpi si fondono, si confondono, entrano l’uno nell’altro costringendo l’osservatore a confrontarsi con un’ immagine sempre in costruzione in cui diventa impossibile stabilire una cronologia temporale o una successione fissa tra i piani di profondità.

Shifters, il titolo della mostra, allude al tempo stesso all’identità mobile e mutante delle figure umane rappresentate nelle fotografie e al termine con cui in linguistica viene indicata una specifica categoria di segni che racchiude in sé la potenzialità del mutamento. Il pronome personale  “io”, massima espressione della soggettività, è uno di questo segni.

Il momento aurorale del progetto è rappresentato da scatti realizzati in studio in un intenso lavoro di regia in cui Caio Gracco dirige i modelli-performer in sequenze dinamiche e movimenti appositamente pensati in vista dell’operazione successiva di lavorazione digitale.  E’ in questa seconda  fase che le immagini vengono sovrapposte creando una moltiplicazione di figure che si compenetrano in un gioco costante tra corpi pieni e corpi diafani, tra opacità e trasparenze.

Le sovrapposizioni innescano un ritmo serrato e quasi ansimante, un movimento che spinge le figure a confondersi l’una dentro l’altra, ma anche a venir fuori dal fondo neutro e privo di coordinate dell’immagine fotografica.

Questa scansione formale di vuoti e pieni genera un’oscillazione tra presenza e assenza, come se qualcosa cercasse di emergere verso la superficie, verso una definizione che svanisce ogni volta per  essere nuovamente voluta. La dinamica della moltiplicazione dei corpi assume allora il senso profondo di equilibri precari trovati e continuamente perduti, equilibri inquieti che assumono in alcune immagini fotografiche tonalità drammatiche.

 Caio Gracco vive e lavora a Roma. Sin dagli anni ‘70 ha integrato la sua ricerca pittorica con la sperimentazione di medium diversi: dalle ricerche sulle potenzialità estetiche dei materiali plastici in collaborazione con la Basf, alle più recenti indagini sulla fotografia declinata come  indagine sul corpo e come opera pubblica, ad esempio con il progetto “così ci vogliono” del 2007 per la città di Napoli e il Pan.

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

luglio 29, 2011 at 5:33 pm

Pubblicato su Exhibitions

another images for Jan Bauer

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Mother and Child from Archives serie, 210/06, 2011. Photo by Giorgio Benni

Intsllation view, Jan Bauer - Mother and Child, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

From serie "Mountains" oil on canvas, 2009. Photo by Giorgio Benni

 

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

giugno 27, 2011 at 3:56 pm

Pubblicato su Exhibitions

exhibition images – Jan Bauer

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Jan Bauer, Archives - Mother and Child, installation view, 2011. Photo by Giorgio Benni.

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

giugno 20, 2011 at 5:39 pm

Pubblicato su Exhibitions

Jan Bauer

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Jan Bauer, dalla serie "Archives", 2011

Jan Bauer – Archives

opening giovedì 9 giugno 2011 ore 19.00

fino al 29 luglio 2011

Una ricerca attenta e costante quella che Jan Bauer effettua periodicamente nei confronti dell’immagine. Con il ciclo Bilder mit Kreisen (Dipinti con Cerchi) lo Studio d’Arte Contemporanea Pino Casagrande aveva presentato nel 2008 la “rassegna stampa” personale di Bauer, caratterizzata da riproduzioni ad olio su tela di alcuni particolari fotografici tratti da articoli di periodici tedeschi. La volontà di catturare l’attenzione del fruitore nei confronti di un’immagine di cronaca apparentemente di routine, era marcata dalla riproduzione da parte dell’artista del classico cerchio rosso intorno al soggetto coinvolto nel testo dell’articolo. L’atto di riportare sulla tela proprio quella parte di immagine, era come accertarsi dell’avvenuta visione. Nel nuovo ciclo di lavori presentato in mostra, Bauer affronta l’immagine non più nella sua riproducibilità giornalistica, ma nella sua evoluzione storica. Attingendo sempre da fatti di giornale, disegna le storie con carboncino e pastello su carta da entrambe i lati, così da simulare la rilegatura e il taglio di un vero giornale. Per dare la possibilità al visitatore di vedere entrambe “le pagine”, Bauer crea un lightbox molto diverso da quelli ordinari, la cui consistenza si avvicina alla leggerezza di un foglio di carta. Riferendosi ad un’archivio iconografico che passa in rassegna immagini di luoghi differenti quali Spagna o Giappone dai primi anni del 900 sino agli anni ’50, Bauer prende in considerazione diversi argomenti visivi, spaziando da animali, stagioni o uomini. Il soggetto principalmente coinvolto in questa evoluzione temporale resta comunque un soggetto familiare, dove è interessante notare la trasformazione temporale di madri e figli. Fisionomia, aspetto e modalità di porsi davanti all’obiettivo sono costanti che cambiano con il passare degli anni e quindi con il mutare della società storica. Una “crono-grafia” intima che non smentisce la ricerca visiva dell’artista, ma che anzi contribuisce a costituire una nuova indagine tematica, sancendone la caratteristica espressiva.

Jan Bauer è nato a Schwerin nel 1972 e vive e lavora a Berlino. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Leipzig. Nel 1999 ha esposto in una collettiva alla Kunsthalle di Bonn. Ha vinto nel 2001 il Pechstein Förderpreis, esponendo allo Städtische Museum  di Zwickau. Dal 1998  ha allestito le sue mostre personali tra Lipsia e Berlino; attualmente lavora con artMbassy a Berlino.

°°°°°°°°°° scroll down for the english version °°°°°°°°°°

Precise and continuous: it is the research that Jan Bauer periodically makes towards the imagine. Presenting the series Bilder mit Kreisen (Painting with Circles), in 2008, the Studio d’Arte Contemporanea Pino Casagrande had presented Bauer’s personal “Press review”, which was characterized from oil prints on canvas of some photographic particulars taken from articles of German magazines. The will of catching the attention of the user towards a news picture which is routine just seemingly, was marked from the printing from the artist of the classic red circle around the subject involved in the text of the article. The act of printing on canvas that precise part of picture meant the verification of the vision really occurred. In the new series of works of this show Bauer takes the newspaper stories and draw them with charcoal and pastel on paper. But he does draw the paper from both sides, so it is looks like the original newspaper cutting. In order to get the possibility to see both sides in one, Bauer constructed a light box. In their shape it does not look like an ordinary light box but more like a graphic frame with passe par tout just heavier: getting pictures from an iconographic archives which examines pictures from different places as Spain or Japan from the first years of the Twentieth Century until the Fifties, Bauer takes different visual subjects into consideration, ranging from animals to seasons or human beings. The subject mostly involved inside of this temporal evolution is always a familiar subject where it is interesting to observe the temporal metamorphosis of mothers and daughters. Features, appearance and way of putting themselves in front of the lens are standards changing when years go by and therefore together with the change of the historical society. An intimate “chronography” that does not deny the visual research of the artist but that – on the contrary – helps to establish a new thematic research ruling the expressive characteristic of it.

Jan Bauer – born in Schwerin, 1972 – lives and works in Berlin. He studied at the Academy of Fine Arts of Leipzig. In 1999 he exhibited within a collective show at the Kunsthalle of Bonn. In 2001 he won the Pechstein Förderpreis, exhibiting his works at the Städtische Museum of Zwickau. From 1998 he has been mounting his personal shows in Leipzig and Berlin. He works currently with artMbassy in Berlin.

Written by Studio d'Arte Pino Casagrande

maggio 26, 2011 at 3:57 pm